Filippo Manzini - Equilibrium - Torino Mazzoleni

EQUILIBRIUM. UN’IDEA PER LA SCULTURA ITALIANA

Galleria Mazzoleni Torino Dal 27 ottobre 2018 al 19 gennaio 2019

A cura di Giorgio Verzotti


Mazzoleni è lieta di presentare “Equilibrium. Un’idea per la scultura italiana” a cura di Giorgio Verzotti.
La mostra è il primo appuntamento dopo l’ampliamento della galleria, che arriva quasi a raddoppiare gli spazi della storica sede nel centro di Torino, in Piazza Solferino 2. Il progetto espositivo indaga una delle costanti della scultura italiana che attraverso il superamento del tutto tondo si apre, letteralmente, allo spazio.

Se un punto di partenza di questa indagine risale alle ricerche futuriste, è nella linea che va da Fausto Melotti a Luciano Fabro e a Hideoshi Nagasawa fino ai più giovani Gianni Caravaggio, Alice Cattaneo, Sergio Limonta, Filippo Manzini, che si radicalizza la scelta di sottrarre corpo all’opera scultorea, per farla interagire con l’ambiente in cui viene esposta. Lo spazio infatti diviene elemento significante al punto da modificare l’assetto e la percezione dell’opera stessa.

Un procedere “in negativo” che si verifica anche in campi diversi dalla scultura vera e propria, a partire dalle ricerche di ambito cinetico o analitico, da certi esiti dell’Arte Povera fino a quelle più recenti. Si giunge così a creare una dimensione quasi indecidibile dell’opera, in bilico fra diversi statuti: pittura, scultura, bassorilievo, installazione ma anche fotografia o elemento sonoro.

La mostra è accompagnata da un catalogo in italiano e inglese e include un saggio di Giorgio Verzotti.

Galleria Mazzoleni


Dal saggio di Giorgio Verzotti

Per Filippo Manzini la scultura nasce sempre come elemento rapportato ad uno spazio, e più lo spazio ha specificità particolari più diventa interessante. L’artista parte spesso dall’individuazione di luoghi, o dovremmo dire non-luoghi, presenti nell’ambito urbano che quasi non si notano per la loro accertata normalità, come l’arcata di un sottopassaggio, o il muro di qualsiasi strada.

Lì inserisce, letteralmente, l’opera che può essere costituita da semplici listelli di legno o sbarre di ferro e li mette in tensione approfittando di intersizi, angoli, rilievi in cui infilare, su cui appoggiare gli elementi che da quel momento fanno struttura, fanno corpo con lo spazio. Si può dire che nascono dallo spazio e si risolvono nella tensione che creano, nella figura di equilibrio che diventano. Ogni opera è anche risultante di un atto performativo teso a disegnare, anche qui, una sorta di antropometria, perché il corpo e la sua energia interferiscono con la riuscita, cioè con l’equilibrio statico raggiunto.

Questi interventi diventano opere fotografiche che vengono esposte allo stesso titolo dell’opera plastica (Strength Project, 2017), posto che, anche per Manzini, virtuale e reale mantengono lo stesso valore.

Passando dal non-luogo urbano al luogo istituzionale dell’esposizione non cambia la grammatica interna su cui è costruita l’opera, semplici elementi geometrici in marmo o metallo assemblati in ordine di lampante auto-evidenza (Construct the Form, Strenght, 2018, ridotto a due barre metalliche tangenti al punto di incontro fra verticale e orizzontale) elaborati in studio ma spesso realizzati come opere site-specific dove gli elementi architettonici interni assumono lo stesso valore significante di quelli esterni.